GLOBAL INCLUSION

Il coinvolgimento attivo dei livelli aziendali: da piccoli step, la grande innovazione.

INGAGGIO: UNA PAROLA CHIAVE PER LA TRASFORMAZIONE DIGITALE

Quante volte siamo venuti a contatto, da addetti a lavori oppure sedendo dall’altra parte del tavolo, in qualità di clienti, con il termine “ingaggio”? Qual è la sensazione associata a tale termine? Sicuramente positiva: molti fattori si tramutano in veri e propri plus se godono di tale qualità.

Cosa intendiamo però esattamente per ingaggio?

Per ingaggio, in senso lato, intendiamo un coinvolgimento attivo, una passione comune e un forte trasporto verso un determinato target, scaturito da molteplici fattori: la condivisione di un intento, di una visione, una volontà comune, il sentimento di motivazione. Questa è la chiave di volta per garantirsi, ad esempio in termini di brand, una clientela non solo fidelizzata e affezionata, ma anche in grado di influenzare a sua volta altri outsiders, condizionandoli positivamente e predisponendoli ad una prima conversione, che sia una prima experience o addirittura un primo acquisto (il potere del word of mouth è ormai comprovato e padrone delle logiche social).
E’ frequente parlare di ingaggio in marketing, quando il panel da coinvolgere è appunto il target consumatori: fior fior di specialisti hanno dispensato ricette funzionali per creare quella fantomatica community in grado di condividere i valori, il “mondo” del brand, per supportarlo e diffonderlo.
Ciò che è ancora parzialmente trascurato è il potere dell’ingaggio tra gli insiders, tra le mura delle nostre aziende, immersi come siamo nel compimento dei nostri obiettivi quotidiani, e nella pianificazione parallela di progetti macro – prima fra tutti l’ambiziosa trasformazione digitale.

Il senso della community.
Molte aziende si ripropongono di dar vita a una community – che tanto è funzionale nel popolo customer – interna, che tenda la mano alla mission aziendale, con valori ed obiettivi condivisi. Tuttavia, non è sempre facile ricreare quell’ingaggio spontaneo che dà origine alla motivazione non indotta, ma innata.

Global Inclusion: il valore aggiunto.
Uno dei punti focali della questione viene individuato nel 2005 dai due luminari del marketing Getz e Robinson, che definiscono il concetto di apprendimento organizzativo e teorizzando che “circa l’80 per cento delle innovazioni proviene da persone che si trovano ad almeno tre livelli gerarchici sotto la direzione generale” .
Chiediamoci infatti quale possa essere il valore collaterale del tempo che un addetto operativo spende attivamente nel mondo della produzione, come primo testimone dell’efficienza aziendale, immerso nei processi concreti, a contatto con il cliente in carne ed ossa (o quasi!) e le sue esigenze, a volte imprevedibili.
L’operaio, inteso come chi vive l’operatività, ha modo di conoscere un flusso alla perfezione, individuarne le criticità, con la capacità di studiarne l’ottimizzazione.

Quindi qual’è il trucco?
I vertici aziendali hanno la possibilità di creare la community all’interno della propria realtà, spronando e incentivando i rami più bassi nell’organigramma a condividere soluzioni, idee, rendendo così sempre partecipi tutti i livelli aziendali alla costruzione organica e propositiva del nuovo modello di business. La alterità rispetto ai competitor può nascere proprio da questo, dalle “piccole idee” immaginate da chi “si sporca le mani”, conferendo il valore aggiunto necessario a distinguersi.
Ovvio che prevedere una struttura aziendale così fluida e collaborativa richiede tempo, abitudine, organizzazione: il punto di partenza? La comunicazione fra individui e reparti, l’ascolto, la disponibilità a revisionare anche il collaudato, che non a caso è anche la base fondante dell’innovazione in senso lato. Ed ecco la community, e l’ingaggio su cui si fonda.